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La Giustizia Sportiva secondo la F.G.I. |
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Scritto da Onofri Francesco
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Venerdì 18 Dicembre 2009 20:32 |
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Uno dei vecchi adagi che si imparano subito non appena si comincia il mestiere di avvocato è che non c’è una causa uguale all’altra. Ma quella che ha visto Enrico Casella, incredibilmente condannato per avere offeso il Presidente Federale, è la “meno uguale” tra quelle che mi sarei potuto aspettare nella mia vita professionale.
Ad Enrico è bastato parlare con un gruppo di giornalisti e rispondere affermativamente ad una domanda ironica costruita con un gioco di parole ginnico-motoristico (“volevano rottamare la Ferrari?”) formulata a proposito della totale e purtroppo vera e mai contestata noncuranza dell’intero entourage federale sulle condizioni di salute di Vanessa, e il gioco è stato fatto. Sospensione per quattro mesi. E tra l’altro è solo un’ipotesi che questa sia stata la frase “criminale” perché nella sentenza di condanna non è neppure detto quale sarebbe stata l’espressione ingiuriosa tra quelle attribuite ad Enrico Casella nelle decine e decine di ritagli di giornale acquisti al fascicolo del procedimento disciplinare. D’altronde nelle prove a carico tratte dalle interviste televisive non vi era traccia alcuna di ingiurie, insulti o espressioni che potessero giustificare l’apertura di un procedimento disciplinare. Insomma è come se avessero detto: ti condanniamo per la frase ingiuriosa che sappiamo noi, e se tu non sai qual è non importa. Altro aspetto sconcertante della decisione è che il procuratore federale aveva aperto il fascicolo ipotizzando che vi fosse stata una lesione della onorabilità del consiglio federale, mentre i giudici della commissione disciplinare hanno inflitto la sanzione perché la frase avrebbe offeso il Presidente. Eppure si sa che è solo su iniziativa del procuratore federale che la commissione disciplinare può pronunciarsi e non può inventarsi da sé altre incolpazioni. E invece è come se avessero detto: non importa se è la procura che deve dirci quale è l’illecito su cui ci dobbiamo pronunciare, perché noi decidiamo di testa nostra, e cambiamo d’ufficio le accuse durante il procedimento. Pure assurdo è il fatto che il totale disinteresse durato mesi rispetto alle condizioni di Vanessa non è stato smentito, per cui non si capisce come un’innocente frase ironica potesse essere diffamatoria o offensiva se con essa Enrico Casella si riferiva alla pura verità storica.
Morale: la lesa maestà non esiste più da quando in Italia non c’è più monarchia, ma in alcuni ambiti esiste ancora una specie di monarchia assoluta. Quella che invece in Italia esiste è la struttura democratica delle federazioni sportive, sancita dalla legge, e così pure la riconducibilità delle regole che governano ogni federazione ai princìpi costituzionali, tra cui la libertà di pensiero. Ma in questo caso quella libertà è stata calpestata.
Avv. Francesco Onofri
Prova n° 1
Prova n° 2
Prova n° 3
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